Detroit, Italia
Confindustria senza auto
La svolta di Sergio Marchionne adesso è completa. Dopo la richiesta di deroghe al contratto nazionale, l'invocazione di un contratto ad hoc per il settore auto, è giunta l'ora di uscire da Confindustria. O meglio, la newco con Chrysler che sarà alla base della nuova Mirafiori resterà fuori dalla confederazione presieduta da Emma Marcegaglia

La svolta di Sergio Marchionne adesso è completa. Dopo la richiesta di deroghe al contratto nazionale, l'invocazione di un contratto ad hoc per il settore auto, è giunta l'ora di uscire da Confindustria. O meglio, la newco con Chrysler che sarà alla base della nuova Mirafiori resterà fuori dalla confederazione presieduta da Emma Marcegaglia. L'ad del Lingotto non ha usato perifrasi: "Per la Fiat questa joint venture con Chrysler, se va avanti, non deve comunque far parte di Confindustria". E' questo l'esito dell'incontro fra Marchionne e il presidente di Confindustria a New York. Quello che poteva essere interpretato come un compromesso è nei fatti un accordo che asseconda la direzione di marcia impressa dal Lingotto. La volontà ormai esplicita della Fiat di puntare a un contratto separato per il settore auto è stata così mitigata: Confindustria ha proposto di creare una nuova federazione, Federauto, in vista di una nuova cornice nazionale entro primavera; Marchionne ha accettato l'apertura della Marcegaglia, ma senza particolare entusiasmo ("può darsi che sia la soluzione giusta"). La Fiat ha comunque deciso che Mirafiori non rientrerà nel perimetro confindustriale: "Fiat e Federmeccanica lavorano insieme da oggi a fare un contratto dell'auto. E non appena ci sarà un contratto dell'auto che rispecchierà le esigenze del Lingotto, Fiat rientrerà in Confindustria".
Mercoledì prossimo Federmeccanica ha convocato i sindacati per iniziare a discutere del futuro contratto. Ma al di là di questo appuntamento, in casa confindustriale – oltre le dichiarazioni ufficiali – si percepisce uno stato d'animo fra il preoccupato e l'attendista. Preoccupazione per l'avvio di un meccanismo emulatorio da parte di altre grandi aziende per contratti su misura. Attesa per cercare di governare un'evoluzione che può sì innovare ma anche destrutturare relazioni industriali e sistema confederale. "Il contratto nazionale rimarrà", ha voluto rassicurare ieri Marcegaglia dopo l'incontro con Marchionne, aggiungendo: "Questo è un percorso che oggi noi facciamo con Fiat e domani se ce lo chiederà qualche altro settore o azienda specifica lo faremo. Ma sempre nell'ambito del contratto nazionale". Il percorso in verità è meno chiaro: "Non è facile di questi tempi gestire una rappresentanza – dice al Foglio un esponente del vertice confindustriale vicino alla Marcegaglia – il mondo sta cambiando e gli schemi invecchiano improvvisamente. E ora gli attacchi arrivano da ovunque, anche dall'interno
purtroppo".
Il primo a essere imbarazzato è Alberto Bombassei, vicepresidente con delega alle relazioni industriali di Confindustria, patron della Brembo, fornitore anche della Fiat. Ma è l'intero sistema confindustriale a essere squassato: la base scorge in Marchionne una speranza per ammodernare un sistema non più competitivo, mentre il vertice confindustriale teme che a furia di strattoni il modello concertativo possa destrutturarsi, fino all'anarchia. Dice al Foglio Michele Perini, imprenditore milanese di spicco, presidente di Sagsa e in passato esponente di Assolombarda: "Il settore manifatturiero e quello chimico hanno esigenze differenti da quelle dei servizi. Il sistema confederale deve assolutamente mutare se vuole continuare ad avere un ruolo". Non tutti condividono in pieno le richieste di Marchionne. Giorgio Squinzi, presidente di Federchimica, dicendosi due giorni fa ottimista sulla soluzione delle questioni poste dal Lingotto ha osservato comunque che non basta rendere più flessibili le fabbriche: "Il vero problema è che la Fiat sta perdendo quote di mercato, ci vogliono modelli vincenti che si ottengono solo con la ricerca. Marchionne ha le munizioni giuste, deve solo investire di più sull'innovazione". Ma da Torino un osservatore adesso distaccato, l'ex direttore generale dell'Unione industriali di Torino, Sergio Dosio, vede nel capoazienda del Lingotto la soluzione ai problemi, non il problema: "E' merito di Marchionne se questo sistema novecentesco, quindi non più adeguato ai tempi, sarà riformato. Il suo è un impulso benefico che sta innescando un processo virtuoso tale da consentire alle aziende italiane di essere competitive".
Le resistenze, piuttosto, arrivano dalle burocrazie associative, avide di contributi che possono diminuire in caso di smottamenti pesanti come quello di Fiat. L'ennesimo passo in avanti di Marchionne corrobora l'impostazione critica della Fiom-Cgil: "Il Lingotto detta le condizioni alla Confindustria", è il giudizio del leader dei metalmeccanici Cgil, Maurizio Landini. "Marcegaglia ha deciso di sciogliere la Confindustria", secondo Giorgio Cremaschi, presidente del comitato centrale della Fiom: "In ogni caso per noi comincia la guerra totale a Marchionne". "L'intransigenza della Fiom bloccherà lo sviluppo del paese, non vogliamo ledere i diritti dei lavoratori", ha replicato Marchionne. Su posizioni opposte a quelle della Fiom c'è il leader della Fismic, Roberto Di Maulo, fin dall'inizio disposto a firmare per le nuove condizioni a Mirafiori poste da Marchionne.
Clima di incertezza, invece, fra i sindacati più riformisti, come Cisl e Uil, i primi a puntare su un'intesa con la Fiat, a partire da Pomigliano. Non a caso Raffaele Bonanni, il segretario della Cisl che più si è distinto per spirito collaborativo con il Lingotto, ieri ha detto: "Prima ci deve essere l'investimento, poi le nuove regole, che comunque devono rientrare nel perimetro associativo di chi l'ha partorito, e che devono prevedere garanzie e retribuzioni come quelle previste a Pomigliano".
Mercoledì prossimo Federmeccanica ha convocato i sindacati per iniziare a discutere del futuro contratto. Ma al di là di questo appuntamento, in casa confindustriale – oltre le dichiarazioni ufficiali – si percepisce uno stato d'animo fra il preoccupato e l'attendista. Preoccupazione per l'avvio di un meccanismo emulatorio da parte di altre grandi aziende per contratti su misura. Attesa per cercare di governare un'evoluzione che può sì innovare ma anche destrutturare relazioni industriali e sistema confederale. "Il contratto nazionale rimarrà", ha voluto rassicurare ieri Marcegaglia dopo l'incontro con Marchionne, aggiungendo: "Questo è un percorso che oggi noi facciamo con Fiat e domani se ce lo chiederà qualche altro settore o azienda specifica lo faremo. Ma sempre nell'ambito del contratto nazionale". Il percorso in verità è meno chiaro: "Non è facile di questi tempi gestire una rappresentanza – dice al Foglio un esponente del vertice confindustriale vicino alla Marcegaglia – il mondo sta cambiando e gli schemi invecchiano improvvisamente. E ora gli attacchi arrivano da ovunque, anche dall'interno
purtroppo".
Il primo a essere imbarazzato è Alberto Bombassei, vicepresidente con delega alle relazioni industriali di Confindustria, patron della Brembo, fornitore anche della Fiat. Ma è l'intero sistema confindustriale a essere squassato: la base scorge in Marchionne una speranza per ammodernare un sistema non più competitivo, mentre il vertice confindustriale teme che a furia di strattoni il modello concertativo possa destrutturarsi, fino all'anarchia. Dice al Foglio Michele Perini, imprenditore milanese di spicco, presidente di Sagsa e in passato esponente di Assolombarda: "Il settore manifatturiero e quello chimico hanno esigenze differenti da quelle dei servizi. Il sistema confederale deve assolutamente mutare se vuole continuare ad avere un ruolo". Non tutti condividono in pieno le richieste di Marchionne. Giorgio Squinzi, presidente di Federchimica, dicendosi due giorni fa ottimista sulla soluzione delle questioni poste dal Lingotto ha osservato comunque che non basta rendere più flessibili le fabbriche: "Il vero problema è che la Fiat sta perdendo quote di mercato, ci vogliono modelli vincenti che si ottengono solo con la ricerca. Marchionne ha le munizioni giuste, deve solo investire di più sull'innovazione". Ma da Torino un osservatore adesso distaccato, l'ex direttore generale dell'Unione industriali di Torino, Sergio Dosio, vede nel capoazienda del Lingotto la soluzione ai problemi, non il problema: "E' merito di Marchionne se questo sistema novecentesco, quindi non più adeguato ai tempi, sarà riformato. Il suo è un impulso benefico che sta innescando un processo virtuoso tale da consentire alle aziende italiane di essere competitive".
Le resistenze, piuttosto, arrivano dalle burocrazie associative, avide di contributi che possono diminuire in caso di smottamenti pesanti come quello di Fiat. L'ennesimo passo in avanti di Marchionne corrobora l'impostazione critica della Fiom-Cgil: "Il Lingotto detta le condizioni alla Confindustria", è il giudizio del leader dei metalmeccanici Cgil, Maurizio Landini. "Marcegaglia ha deciso di sciogliere la Confindustria", secondo Giorgio Cremaschi, presidente del comitato centrale della Fiom: "In ogni caso per noi comincia la guerra totale a Marchionne". "L'intransigenza della Fiom bloccherà lo sviluppo del paese, non vogliamo ledere i diritti dei lavoratori", ha replicato Marchionne. Su posizioni opposte a quelle della Fiom c'è il leader della Fismic, Roberto Di Maulo, fin dall'inizio disposto a firmare per le nuove condizioni a Mirafiori poste da Marchionne.
Clima di incertezza, invece, fra i sindacati più riformisti, come Cisl e Uil, i primi a puntare su un'intesa con la Fiat, a partire da Pomigliano. Non a caso Raffaele Bonanni, il segretario della Cisl che più si è distinto per spirito collaborativo con il Lingotto, ieri ha detto: "Prima ci deve essere l'investimento, poi le nuove regole, che comunque devono rientrare nel perimetro associativo di chi l'ha partorito, e che devono prevedere garanzie e retribuzioni come quelle previste a Pomigliano".